IV movimento: Vif et agité
Playlist Capodanno 2011
Happy new Year!
Clicca su ogni collegamento ipertestuale:
MARVIN GAYE – I Heard It Through The Grapevine
DURAN DURAN – Hungry Like The Wolf
THE TEMPTATIONS – Ain’t Too Proud To Beg
BONOBO – Between The Lines (Feat. Bajka)
SYLVESTER – You Make Me Feel Mighty Real
JOE VENUTI & EDDIE LANG – Stringin’ the Blues
OTIS REDDING – (I Can’t Get No) Satisfaction
Tratto dal film “I nuovi mostri” di Dino Risi.
<<E un giorno ho detto:
“Basta, guarda mi compro una barca e mi faccio il giro del
mondo e navigo da solo, ecco!”.
E così compii quest’impresa. Feci il navigatore solitario.
Giorno e notte, tra cielo e mare, mare e cielo…in questa
…natura…padrone del mondo.
Lei non sa cosa vuol dire navigatore
solitario, solo, nell’immensità del mare, in assoluta
meditazione, a contatto della natura più pura. E’ allora che capisci
quanto sei stronzo, a compiere queste imprese che non servono a un cazzo!>>
Inglourious basterds
Guardando Inglourious basterds non si può fare a meno di riflettere sulla follia di Tarantino, una follia che lo innalza fra i migliori registi contemporanei negli Stati Uniti. In questo suo ultimo capolavoro di immagini, di carne e sangue, è impossibile mettere in discussione il suo genio assoluto, la sua capacità di frugare a piene mani in un dramma così sfruttato, consumato, come quello della persecuzione nazista durante la seconda guerra mondiale, e di riuscire in qualche modo a incantare, rimodellando il profilo della storia, la sua forma originale, come se l’avesse ingoiata rimastica e l’avesse partorita nuovamente, differente, in qualche modo, e almeno in via ipotetica riparatrice, ma ricreata, attraverso quelle condizioni irreali che solo il suo genio può operare. Ha creato la vendetta perfetta. Tarantino ha ucciso Hitler, e ce lo ha mostrato in un’esplosione di violenza assoluta, nauseante anche, ma non per questo meno consolatoria.
È difficile persino tentare di rendere la complessità e la bellezza di questo film, anche se in effetti il bello non è il termine più appropriato per descriverlo, almeno non nella sua forma più classica. in cui l’abbinamento delle immagini con la musica è come sempre estremamente ricercato, attraverso una colonna sonora sontuosa, perfetta.
Sono cinque i capitoli che scandiscono l’intera pellicola ambientata nella Francia occupata dai nazisti. Il primo, che viene rappresentato nelle campagne francesi, è di una bellezza lapidaria, quasi che Tarantino l’avesse voluto scarnificare fotogramma dopo fotogramma, rendendoci in una ventina di minuti, la tragicità, il terrore storico impresso negli occhi del contadino francese, nel movimento rallentato dei suoi gesti, in una narrazione corporea che viene rappresentata in tutta la sua crudezza, non appena la camionetta delle ss appare lontano, fin dove l’occhio può arrivare. La si vede avanzare minacciosa fra quelle colline, nella distesa magnifica, statica. Si introduce violentato il paesaggio come un pugno nello stomaco. L’aria si ferma, rimane immobile sulla scena traducendosi a presagio di morte. è in questo capitolo che si ravviva l’odio verso il nazista, la sua vigliaccheria. Il sadismo celato dalla finta disgustosa gentilezza del colonello delle ss, il cacciatore di ebrei, il sudicio nazista. La cinepresa che gira intorno agli attori, in un movimento circolare come a fissare il centro dell’azione, l’incubo che si prepara. C’è una contrapposizione tra la lentezza della scena e la tragedia che si prepara. Ancora i gesti trattenuti, rallentati del contadino quasi che attraverso il movimento delle mani tentasse di trattenere la calma, aggrappandosi disperatamente al più piccolo squarcio di una normalità che cessa di essere tale in guerra. La scena viene portata all’estremo all’interno della stanza della piccola casa di campagna ammobiliata poveramente. Il colonello interroga il contadino, gli domanda se nasconde ‘i ratti’ ebrei. Le domande si susseguono in una persecuzione che non ha fine. Infine l’uomo crolla, gli occhi appesantiti dalla paura, nella consapevolezza di non avere altra scelta, fino ad arrivare all’ammissione finale. Poi i fucili puntati a terra verso gli ebrei nascosti, la raffica di colpi che stermina l’intera famiglia a parte Shosanna, la ragazza ebrea che fugge imbrattata del sangue della sua famiglia.
È passando per gli altri quattro capitoli che la storia si risolve si districa ci viene presentata davanti agli occhi in una successione di scene folgoranti. L’atmosfera del film muta completamente. Lo spazio viene riempito dall’ironia di Tarantino, quella che conosciamo bene, fatta di dialoghi pungenti e sarcastici, resa attraverso il primo piano dei basterds, i soldati ebrei e il tenente Aldo Raine, gli uomini che massacreranno i nazisti portando a casa il loro scalpo, in una rivisitazione comica e ironica della vendetta Apache.
Il sarcasmo attraverso il quale le gesta dei basterds vengono rappresentate, in qualche modo riescono a sdrammatizzare le scene più violente, quelle più splatter, che accomunano tutti i lavori del regista.
Inglourious basterds è una pellicola che non avrebbe senso vedere doppiata, perché è proprio sulle lingue differenti, gli accenti e i molteplici registri linguistici, nonchè il costante paragone fra essi, che si consuma quell’umorismo che è base fondamentale del film.
E finalmente la vendetta ha inizio. Essa dovrà scattare all’interno di una sala cinematografica, durante la prima della proiezione di una pellicola intitola ‘Orgoglio nazionale’, una specie di omaggio alle gesta tedesche. Ma per il regista un attentato non è sufficiente. Esso diviene duplice, un piano ingegnato su due fronti, il primo progettato dai basterds e il secondo da Shosanna, la ragazza ebrea divenuta proprietaria del cinema dove si proietterà il film.
Nella scena finale apocalittica, si assiste a un vero e proprio giudizio universale. Il volto di Shosanna interrompe il film nazista, si introduce con arroganza appropriandosi dello schermo intero. Le risa della donna rimbombano per la sala quasi con una voluttà dalle tonalità gutturali, profonde. I suoi occhi proiettati tra le fiamme che avvolgeranno i nazisti in un delirio di grida, di morte. La vendetta perfetta.
Ed è all’interno delle mura di un cinema che questa avviene, il luogo in cui l’arte viene espressa, diffusa, l’arte l’assoluta protagonista a dominare, abbattere la dittatura, a resisterle attraverso metri e metri di pellicola in fiamme.
Mari
Badlands (La rabbia giovane ) – Terrence Malick (1973)
Le Badlands sono dei luoghi aridi e argillosi, territori che il vento e l’acqua nel corso dell’antica evoluzione hanno corroso in un ciclo immutabile e inarrestabile, plasmando la loro forma, il loro profilo, creando terre inospitali e minacciose, che un tempo i francesi chiamavano “le terre difettose da attraversare”. Guardando l’orizzonte è inutile tentare di riappropriarsi del paesaggio. Lo sguardo rimarrà comunque imprigionato tra quelle lande aride, desolanti, nello spazio solitario e commovente.
E in quello stesso spazio l’uomo non ha più valore della roccia stessa, la sua individualità ne viene in qualche modo spezzata, annientata. Diviene un suono stridente, un terribile errore. La nota distorta che si insinua in un paradiso naturale e impietoso.
E nel loro perverso vagare, il venticinquenne Kit e l’adolescente Holly, non sono affatto complici dei luoghi attraversati, come se non ne comprendessero pienamente il significato, così come non afferrano nemmeno il senso della loro storia d’amore, perché non è propriamente un vago sentimento ad unirli, quanto qualcosa di molto più primitivo, istintivo.

Lo spazio emotivo dei due giovani, se così si potrebbe definire quel lago denso e luttuoso che è l’apatia, è segnato da una irreversibile dissoluzione del senso, e sono lo sradicamento e l’indifferenza assoluta ad ergersi a veri protagonisti del racconto, funzionando come effetto disturbante, quasi a ricordare il vuoto che comprime resistente, aggrappato spesso nell’animo umano, reso dallo sguardo disincantato di Holly, nemmeno freddo, ma direi privo di vita, già morto.
Qualcuno parlerebbe di purezza, di ribellione, dal titolo in italiano “la rabbia giovane”, ma non è presente nessun accenno di rabbia in questa pellicola, alcuna ribellione ad abbattere un sistema in cui non ci si riconosce. Tutt’altro, la storia appartiene al sistema stesso, i due giovani si riflettono in esso apatici e indifferenti. Si muovono noncuranti, all’interno dei suoi confini, rappresentandone la follia, l’insensatezza che è all’origine del loro stesso agire, del loro sentire. I morti, “la scia di sangue” e l’assenza di pietà che si lasciano alle spalle appaiono così poco comprensibili in un racconto non tanto privo di linearità narrativa, quanto segnato da un’impossibilità di tracciare un percorso rassicurante dei loro pensieri, persino quando è il padre di Holly a morire, momento in cui ci si aspetterebbe un atteggiamento familiare, riconoscibile, ma Holly ne è indifferente, solo un vago stupore a minacciarne il gelido distacco.

È il primo lavoro di Malick ed è già un piccolo capolavoro lapidario, scarnificato, asettico in molti casi, ma è proprio questo a renderne l’intera poesia.
La scarna bellezza delle terre desolate del South Dakota si riflettono nello sguardo assente dei due ragazzi e ci investono in tutta la loro violenta solitudine.
M.Chiara





